Ventura, Rivera e la memoria perduta

01-gianni-riveraSicuramente Beppe Ventura non voleva essere irriguardoso e nemmeno dimenticare quel pezzo di gloriosa storia del Toro che ha scritto pagine memorabili del nostro calcio. Certamente quella frase sui “quattro innesti di qualità per far vedere cose che qui non sono abituati” gli è uscita per come non voleva. Impossibile dimenticarsi di essere seduto su una delle panchine più cariche di gloria e storia dello sport italiano.Impossibile non essere passato almeno una volta dalla sede, non aver respirato il fascino tremendo del Grande Toro e non aver contato con meraviglia i sette scudetti (otto con quello revocato), le cinque Coppa Italia e la miriade di trofei giovanili che hanno fatto la storian granata. Difficile non aver sentito parlare di Valentino Mazzola e dei suoi compagni, Giorgio Ferrini e Lido Vieri campioni d’Europa in azzurro vestendo la maglia del Torino, Gigi Meroni, Francesco Graziani, Paolo Pulici.

No, di sicuro Beppe Ventura quella frase non l’aveva in mente per come l’ha detta altrimenti si sarebbe morso la lingua pensando di essere seduto sulla panchina che fu di Rocco, Fabbri, Frossi, Radice, Bersellini e Mondonico. Quindi va certamente perdonato e considerata la sua come l’atto d’amore verso un progetto che sogna più grande.

Però nel nostro calcio la rimozione del passato è vizio comune. L’esempio più grande è il Milan che riconosce se stesso solo dall’arrivo di Berlusconi avendo come rimosso tutto quanto (di glorioso e non) c’è stato prima. Possibile che Rivera valga meno di un Balotelli qualsiasi? Possibile e non solo per ragioni di marketing calcistico. E’ un peccato. Un male che mina alla radice lo stesso movimento.

Mi vengono in mente le parole di Andrea Agnelli sul verognoso striscione apparso nell’ultimo derby di Torino e inneggiante a Superga: “Le tragedie non hanno fede”. Parafrasandolo nemmeno la memoria dovrebbe essere merce di scambio. Non, almeno, per i protagonisti. Qualunque Cerci non vale il Grande Torino. Magari un giorno sarà anche meglio, oggi vive anche e soprattutto nella memoria di quella che è stato.

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