Gaber, o dell’adolescenza

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C’è sempre una sedia

Una serata tranquilla, forse un po’ troppo umida, di quell’umido che solo a Venezia a Maggio ci può essere. L’anno scolastico è quasi terminato, l’ultimo mese è solo una formalità, sono uscite le materie dell’esame di maturità e tutti stanno studiando solo quelle, ma non tu, perché tu alla maturità ci devi ancora arrivare.
E’ il 94, sei innamorato di una ragazza che non ricambia, o se ricambia non lo sai perché ancora non glielo hai detto. C’è tempo per quello, pensi, perché ancora non hai 18 anni e per quelli che ancora non hanno compiuto 18 anni il tempo non è un problema.
A Venezia di sera tu non ci sei stato quasi mai. Non a Maggio almeno. Di sicuro ricordi alcune serate alcoliche carnevalesche, ma non sei mai stato un tipo di compagnia, non hai mai legato con i gruppi. In gruppo ti sentivi sempre il diverso e finivi sempre per metterti in disparte.
Quella sera non sei solo però, siete in cinque. Tu e altri quattro compagni di scuola. I biglietti li avete presi all’ultimo momento, avete avuto anche fortuna, per cui non vi lamentate se siete due da un lato del palco e tre dall’altro. In realtà, lo scopo nemmeno troppo nascosto di quella serata è quello di fare in modo che due dei tuoi compagni formino una coppia. Andrea e Genny. Andrea che sono mesi che si perde in pensieri amorosi nei confronti di Genny e lei che fidanzatissima con un ragazzo più grande che la tradisce è troppo cieca per vedere quello che prova Andrea. Tu e una tua amica vi adoperate perché le due metà si incontrino, perché tu non avrai l’amore, ma almeno vuoi che gli altri ce l’abbiano. Semplicemente perché in questo modo tu puoi lamentarti di essere solo e di non avere nessuno che ti voglia.
Le cose non vanno come dovrebbero, il quinto della compagnia non coglie i segnali che tu e la tua amica gli lanciate per cui la divisione prevista per la serata va a rotoli. Tu ti siedi accanto alla tua amica e dall’altra parte vedi il resto del gruppo. Andrea con lo sguardo sconsolato che vorrebbe uccidere il terzo incomodo, Genny ignara di tutto che sorride tranquilla e agitando la mano ci saluta e per ultimo l’impiastro, con le orecchie a sventola in bella vista che giudica soddisfacente la posizione guadagnata rispetto al palco.
Non lo sa nessuno in quel momento, ma nessuna delle persone di quel gruppo si sarebbe più frequentata alla fine degli esami di maturità. Allora pareva tutto possibile, tutto pareva eterno, l’amicizia e l’amore sembravano le uniche cose degne di essere discusse.
Poi si aprì il sipario, il pubblico iniziò ad applaudire, io mi accodai a loro per cortesia nei confronti dell’artista più che per reale entusiasmo. Mi sembrava già tanto essere riuscito a trovare il teatro senza perdermi, essere riuscito a mutare il corso di una serata che altrimenti si sarebbe rivelata monotona come tutte le altre prima di quella.
Quando mi chiedono quale è stato il momento più importante della mia vita io non riesco mai a rispondere con sicurezza, ma se mi chiedessero quando è stato il momento in cui ho capito l’importanza delle parole allora non avrei alcuna difficoltà ad esprimermi.
Il momento in cui scemarono gli applausi e Giorgio Gaber uscì da dietro le quinte.
Raccontare uno spettacolo di Gaber è, temo, una cosa profondamente stupida. Trovo quasi impossibile riuscire a racchiudere nel finito numero delle lettere a nostra disposizione, quanto mi ha dato Gaber quella sera senza che lui sapesse della mia esistenza.
Gaber quella sera ci fece capire che pure una sedia ha il suo momento di notorietà, ci permise di assaporare per un paio d’ore la perfezione dell’attimo in cui un teatro si accorge di essere di fronte ad un artista. Oh, e c’erano quelli che non erano d’accordo con le sue battute sagaci, eh sì, li si poteva sentire bisbigliare e borbottate commenti acidi, li vedevi con le facce incartapecorite macchiate dalla nicotina e da anni di lussuria e potere, ma se ne stavano in silenzio, perché magari erano lì per essere visti, o accompagnavano qualcuno che invece ci teneva davvero a sentire Gaber.
Già, perché quella sera, non stavamo vedendo Gaber, io meno degli altri, visto che avevo le casse dell’impianto stereo ad un metro dal muso e quindi frapposte tra me e lui, quella sera stavamo lì per sentire parlare Gaber, con la sua voce roca e profonda, con la sua dizione pulita, la purezza di quel suono greve che ne usciva nonostante il sudore e la saliva che schizzava copiosa ad ogni frase detta con enfasi perché Gaber era quell’enfasi.
Poi le pause, il sorriso sornione rivolto alla folla, l’attesa, giusto quell’attimo di silenzio impalpabile prima che il pubblico inizi a battere le mani con forza, fino a spellarsele. Io tornai a casa, quella sera, con le mani viola e gli occhi rossi.
Di Gaber ne ho sentite dire molte negli anni successivi. Alcune di quelle cose che sentii non vale la pena ripeterle perché mettono di mezzo la politica, ma quando sentivo dire che Gaber era un poeta allora sì, mi fermavo ad ascoltare chi parlava e annuivo. Avevo avuto modo di sentire con le mie orecchie che la poesia non doveva essere solo in rima, che poteva trascendere gli schemi classici imposti dai professori e arrivare ugualmente al cuore e alla mente di chi ascoltava.
Gaber era questo secondo me. Era un poeta, un artista eccezionale ed era tante tantissime altre cose. Ma più di tutto era l’uomo capace di fare in modo che tu guardassi dentro di te e cercassi di migliorarti.
Tornai a casa canticchiando “Mi fa male il mondo” e da quella sera capii un po’ più di me stesso, capii che mi aveva sempre fatto male il mondo,ma che avevo bisogno di uno che mi spiegasse cos’era ciò che sentivo. Dopo tutti quegli anni il mondo mi fa ancora male, molto male, ed inizio a pensare che non ci sia una cura per questa patologia, ma so che non sono il solo e la cosa mi tranquillizza un po’.
Eravamo adolescenti, eravamo alla ricerca di una guida, di un mentore che in qualche modo di spiegasse che non eravamo “anormali”, perché l’adolescenza è un periodo turbolento, di scoperte e delusioni, ma è una fase importante che va vissuta con pienezza e consapevolezza.
Ripeto, ne ho sentite dire molte su Gaber e alla fine, dal fondo della catena intellettuale, io non mi permetto di aggiungere nulla di importante a quello che è già stato scritto e detto.
Mi permetto però di dire una sola cosa, se la mia adolescenza, pur sofferta, è stata tutt’altro che un esperienza terribile, se ho scoperto la lettura, la musica d’autore, i buoni film, le chiacchierate alla luce della luna, la poesia d’amore e quella di protesta e se ora so aquale è la differenza tra la politica seria e quella che facciamo al giorno d’oggi, se so tutto questo devo ringraziare Gaber, che quella sera è uscito da dietro le quinte, ha messo giù una sedia e ha cominciato a parlare.

E poi, devo ringraziare Andrea per essersi innamorato di Genny.
Ho un ultimo pensiero su Gaber, vedete, secondo me, Gaber, se fosse ancora vivo e se vedesse in che pantano ci siamo cacciati, beh, secondo me lui, su quella sedia ci si siederebbe per piangere.

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