Cannabis e vaporizzatori

Ultimamente scrivo poco su questo blog, e me ne scuso.
La verità è che sono stato occupato nel redarre alcune recensioni di alcuni vaporizzatori (sapete che non prendo mai nulla per partito preso, quindi stavolta devo dire che sono dovuto proprio scendere in campo ahahahah).

Bene, cominciamo pure.

Che differenze ci sono tra vaporizzare e fumare?

Prima di addentrarci in quest’esperienza, bisogna parlare di quanto fumare faccia male. È risaputo, certo. Io pure ero un fumatore incallito. Fumavo pacchi da 20 al giorni. Miriadi di pacchi da 20. Spendevo una quantità immane di danari che poi si traducevano solamente in catarro di prima mattina: non riuscivo a respirare. Mi sentivo un vecchaccio. Poi parlando con alcuni amici che hanno un sito sulla controcultura della cannabis è venuto fuori che stavano preparando alcune recensioni per dei prodotti.
Ci siamo messi lì per giorni e abbiamo analizzato in modo lucido (per quanto potevamo) i migliori apparecchi per vaporizzare attualmente sul mercato.
Quando fumiamo un joint o una canna la temperatura raggiunta arriva fino a 900°, rendendo molto nociva la nostra preziosissima e amatissima erba. Con la combustione si rilasciano anche degli agenti cancerogeni, sottoprodotti di questa pratica che ci permette di assumere solo fino al 10% di cannabinoidi. Con questi congegni elettronici che sono la fine del mondo dell’ingegneria (i migliori sono fatti in Germania, come il vaporizzatore Volcano, famosissimo), invece, non avviene la combustione (tranne per alcuni modelli con un sistema di riscaldamento a contatto noto come conduzione), permettendo alla cannabis di rilasciare i suoi principi attivi.

Ci sono molte temperature disponibili in base all’effetto che vogliate raggiungere: la fattanza “high” arriva tra i 180°c ed i 210°C (viene rilasciato THC). Temperature al di sotto di queste creano una fattanza più sciallona e fancazzista.

Cominciare a vaporizzare può essere un ottima scelta per quanto concerne la vostra salute: il vapore non è dannoso per i nostri polmoni, è come fare un aerosol tenendo solo il buono che c’è nella maria.

I composti che potrebbero essere rilasciati dalla vostra erba saranno, in base alle temperature: THC, CBD, DELTA-8-THC, CBN, CBC e THCV .

Mi sono divertito in questa esperienza?

Assolutamente: i ragazzi del Ganjanauta sono stati gentilissimi ad accogliermi in casa loro facendomi sentire il fattone che in realtà sono.

Quello che mi stupisce di quest’esperienza è di quanto la gente si dimentichi dell’importanza della natura: ci sono moltissimi flavonoidi e principi attivi di cui non sappiamo nemmeno l’esistenza.

In più i trailer di questi prodotti sono veramente fighi, mannaggia.
Consigliato l’acquisto a tutti quelli che vogliono smettere di fumare ma di sballarsi, che è uno stile di vita, MAI.

Ciao belli, alla prossima!

 

Abdul Jeelani, ritorno a colori

ritorno-a colori

Roma, 1977, è da qui che parte la nostra storia. Il sogggetto è Gary Cole, diventato poi Abdul Jeelani in seguito alla conversioe alla fede musulmana, e lo sfondo sono i tanti palazzetti di basket italiani che riempie grazie alle sue magiche giocate. Facciamo però un passo indietro di circa vent’anni, trasferendoci in Tennessee, è qui che infatti nel 1954 nasce il protagonista.

Gary Cole è un giocatore di basket, che subito fa parlare di se e del suo immenso talento, dopo aver bruciato infatti qualsiasi tipo di record all’University of Wisconsin-Parkside approda nel campionato italiano. La prima stagione è a Roma nel 1977, con l’Eldorado, l’impatto nel campionato italiano è devastante, Gary infatti, dall’alto dei suoi 203 cm, dipinge pallacanestro con un’eleganza e purezza di movimenti davvero cristallini, affermandosi subito tra i migliori straneri della nostra lega. Il sogno però di qualsiasi cestista, per lo più americano, è quello di giocare nella Nba, ed il nostro protagonista ci riesce, prima con i Portland Trail Blazers e poi con i Dallas Mavericks, segnando 1290 punti in 143 partite oltreoceano. Abdul tornerà poi nel 1981 in Italia a Livorno per imprimere definitivamente il suo nome nei tre anni di permanenza in Toscana, guadagnandosi l’appellativo di “mano di Maometto” e conducendo la squadra ad una storia promozione in A1. Terminerà poi la sua carriera in Spagna al Baskonia nel 1987.

Sembrerebbe la storia perfetta, ricca di soddisfazioni personali per un ragazzo del Tennessee che ha realizzato i suoi sogni e che quindi può continuare a godersi la vita e la popolarità dopo il ritiro dall’attività agonista. Eh no, non sempre tutte le storie finiscono con il lieto fine, perché la vera vita di Gary Cole, poi Abdul Jeelani, deve ancora cominciare, ed è lì che deve dimostrarsi un vincente. Una serie di investimenti sbagliati, due divorzi, una vicenda di alimenti non pagati, un cancro alla prostata, la perdita del lavoro presso la Johnson Wax (azienda di prodotti per pavimenti), sono solo alcuni degli avvenimenti che hanno condizionato in negativo la vita di Jeelani. L’adone dei palasport italiani è ora un homeless, un senza tetto, costretto a vivere alla giornata e a trovare il minimo indispensabile per vivere, o meglio, sopravvivere.

Si rifugia nel centro HALO (Homeless assistance leadership organization), ed è qui, tra tante anime che hanno perso la propria identità, che inizia la sua risalita. L’angelo di Abdul si chiama Simone Santi, presidente della S.S. Lazio Basket, da anni impegnato nella riqualificazione di alcune aree del territorio romano ed in un progetto di integrazione ed aiuti nei confronti dei meno fortunati. Simone, che aveva visto giocare “la mano di Maometto” nell’Eldorado Roma, apprende della sua triste e rovinosa storia attraverso un articolo di giornale, cominciando quindi il lungo viaggio alla sua ricerca. Lo trova, gli offre la possibilità di riprendere in mano la sua vita ed inserirlo nel Progetto Colors di cui Santi si occupa. Si tratta di un progetto che si offre di aiutare circa un migliaio di ragazzi, dagli 8 ai 14 anni, che devono far fronte a disagi socio- economici, in collaborazione con servizi sociali, parrocchie, istituti scolastici ed associazioni di volontariato. Abdul non ci ha pensato un attimo ed ha raggiunto Simone a Roma, occupandosi ora di questi ragazzi, trasmettendo loro quei valori di amicizia, educazione e rispetto che devono essere alla base dello sport e della vita quotidiana.

Non ho avuto la fortuna di poter vedere Jeelani giocare, ma chi ne ha avuto la possibilità me ne parla come una grande forza della natura, elegante e raffinato nei movimenti, un giocatore che ha dato filo da torcere ai grandi della pallacanestro italiana come Dino Meneghin. Era il 2011 quando venivo a conoscenza della storia di Abdul, un qualcosa che mi è rimasto impresso, perché la vita come è capace di darti tutto, soldi, popolarità, talento, può anche privartene in qualsiasi momento, ed è lì, quando siamo da soli, che bisogna trovare la forza di reagire ed andare avanti, contando anche sull’aiuto di quelle persone con un animo nobile, proprio come è accaduto al nostro protagonista ed al suo angelo Simone Santi. Nel Febbraio del 2012, Simone, con il quale mi ero messo in contatto, mi invitava a Roma alla presentazione del suo libro, in collaborazione con Jeelani, “Ritorno a colori”. Quale occasione migliore per conoscere da vicino il protagonista di questa storia? La sala è gremita di gente, politici, amici, giornalisti ed appassionati di basket, questa è la platea e mi rendo conto che la sua storia ha colpito davvero tante persone. Abdul è lì seduto, parla solo se interepellato, e lo fa con un italiano misto allo spagnolo, tra i “bueno” e “perfecto” racconta le sue impressioni, idee e progetti. E’ bello sentirlo parlare, dai suoi occhi e dall’espressione del suo volto si percepisce la felicità di essere tornati a vivere, e non più sopravvivere.

Gaber, o dell’adolescenza

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C’è sempre una sedia

Una serata tranquilla, forse un po’ troppo umida, di quell’umido che solo a Venezia a Maggio ci può essere. L’anno scolastico è quasi terminato, l’ultimo mese è solo una formalità, sono uscite le materie dell’esame di maturità e tutti stanno studiando solo quelle, ma non tu, perché tu alla maturità ci devi ancora arrivare.
E’ il 94, sei innamorato di una ragazza che non ricambia, o se ricambia non lo sai perché ancora non glielo hai detto. C’è tempo per quello, pensi, perché ancora non hai 18 anni e per quelli che ancora non hanno compiuto 18 anni il tempo non è un problema.
A Venezia di sera tu non ci sei stato quasi mai. Non a Maggio almeno. Di sicuro ricordi alcune serate alcoliche carnevalesche, ma non sei mai stato un tipo di compagnia, non hai mai legato con i gruppi. In gruppo ti sentivi sempre il diverso e finivi sempre per metterti in disparte.
Quella sera non sei solo però, siete in cinque. Tu e altri quattro compagni di scuola. I biglietti li avete presi all’ultimo momento, avete avuto anche fortuna, per cui non vi lamentate se siete due da un lato del palco e tre dall’altro. In realtà, lo scopo nemmeno troppo nascosto di quella serata è quello di fare in modo che due dei tuoi compagni formino una coppia. Andrea e Genny. Andrea che sono mesi che si perde in pensieri amorosi nei confronti di Genny e lei che fidanzatissima con un ragazzo più grande che la tradisce è troppo cieca per vedere quello che prova Andrea. Tu e una tua amica vi adoperate perché le due metà si incontrino, perché tu non avrai l’amore, ma almeno vuoi che gli altri ce l’abbiano. Semplicemente perché in questo modo tu puoi lamentarti di essere solo e di non avere nessuno che ti voglia.
Le cose non vanno come dovrebbero, il quinto della compagnia non coglie i segnali che tu e la tua amica gli lanciate per cui la divisione prevista per la serata va a rotoli. Tu ti siedi accanto alla tua amica e dall’altra parte vedi il resto del gruppo. Andrea con lo sguardo sconsolato che vorrebbe uccidere il terzo incomodo, Genny ignara di tutto che sorride tranquilla e agitando la mano ci saluta e per ultimo l’impiastro, con le orecchie a sventola in bella vista che giudica soddisfacente la posizione guadagnata rispetto al palco.
Non lo sa nessuno in quel momento, ma nessuna delle persone di quel gruppo si sarebbe più frequentata alla fine degli esami di maturità. Allora pareva tutto possibile, tutto pareva eterno, l’amicizia e l’amore sembravano le uniche cose degne di essere discusse.
Poi si aprì il sipario, il pubblico iniziò ad applaudire, io mi accodai a loro per cortesia nei confronti dell’artista più che per reale entusiasmo. Mi sembrava già tanto essere riuscito a trovare il teatro senza perdermi, essere riuscito a mutare il corso di una serata che altrimenti si sarebbe rivelata monotona come tutte le altre prima di quella.
Quando mi chiedono quale è stato il momento più importante della mia vita io non riesco mai a rispondere con sicurezza, ma se mi chiedessero quando è stato il momento in cui ho capito l’importanza delle parole allora non avrei alcuna difficoltà ad esprimermi.
Il momento in cui scemarono gli applausi e Giorgio Gaber uscì da dietro le quinte.
Raccontare uno spettacolo di Gaber è, temo, una cosa profondamente stupida. Trovo quasi impossibile riuscire a racchiudere nel finito numero delle lettere a nostra disposizione, quanto mi ha dato Gaber quella sera senza che lui sapesse della mia esistenza.
Gaber quella sera ci fece capire che pure una sedia ha il suo momento di notorietà, ci permise di assaporare per un paio d’ore la perfezione dell’attimo in cui un teatro si accorge di essere di fronte ad un artista. Oh, e c’erano quelli che non erano d’accordo con le sue battute sagaci, eh sì, li si poteva sentire bisbigliare e borbottate commenti acidi, li vedevi con le facce incartapecorite macchiate dalla nicotina e da anni di lussuria e potere, ma se ne stavano in silenzio, perché magari erano lì per essere visti, o accompagnavano qualcuno che invece ci teneva davvero a sentire Gaber.
Già, perché quella sera, non stavamo vedendo Gaber, io meno degli altri, visto che avevo le casse dell’impianto stereo ad un metro dal muso e quindi frapposte tra me e lui, quella sera stavamo lì per sentire parlare Gaber, con la sua voce roca e profonda, con la sua dizione pulita, la purezza di quel suono greve che ne usciva nonostante il sudore e la saliva che schizzava copiosa ad ogni frase detta con enfasi perché Gaber era quell’enfasi.
Poi le pause, il sorriso sornione rivolto alla folla, l’attesa, giusto quell’attimo di silenzio impalpabile prima che il pubblico inizi a battere le mani con forza, fino a spellarsele. Io tornai a casa, quella sera, con le mani viola e gli occhi rossi.
Di Gaber ne ho sentite dire molte negli anni successivi. Alcune di quelle cose che sentii non vale la pena ripeterle perché mettono di mezzo la politica, ma quando sentivo dire che Gaber era un poeta allora sì, mi fermavo ad ascoltare chi parlava e annuivo. Avevo avuto modo di sentire con le mie orecchie che la poesia non doveva essere solo in rima, che poteva trascendere gli schemi classici imposti dai professori e arrivare ugualmente al cuore e alla mente di chi ascoltava.
Gaber era questo secondo me. Era un poeta, un artista eccezionale ed era tante tantissime altre cose. Ma più di tutto era l’uomo capace di fare in modo che tu guardassi dentro di te e cercassi di migliorarti.
Tornai a casa canticchiando “Mi fa male il mondo” e da quella sera capii un po’ più di me stesso, capii che mi aveva sempre fatto male il mondo,ma che avevo bisogno di uno che mi spiegasse cos’era ciò che sentivo. Dopo tutti quegli anni il mondo mi fa ancora male, molto male, ed inizio a pensare che non ci sia una cura per questa patologia, ma so che non sono il solo e la cosa mi tranquillizza un po’.
Eravamo adolescenti, eravamo alla ricerca di una guida, di un mentore che in qualche modo di spiegasse che non eravamo “anormali”, perché l’adolescenza è un periodo turbolento, di scoperte e delusioni, ma è una fase importante che va vissuta con pienezza e consapevolezza.
Ripeto, ne ho sentite dire molte su Gaber e alla fine, dal fondo della catena intellettuale, io non mi permetto di aggiungere nulla di importante a quello che è già stato scritto e detto.
Mi permetto però di dire una sola cosa, se la mia adolescenza, pur sofferta, è stata tutt’altro che un esperienza terribile, se ho scoperto la lettura, la musica d’autore, i buoni film, le chiacchierate alla luce della luna, la poesia d’amore e quella di protesta e se ora so aquale è la differenza tra la politica seria e quella che facciamo al giorno d’oggi, se so tutto questo devo ringraziare Gaber, che quella sera è uscito da dietro le quinte, ha messo giù una sedia e ha cominciato a parlare.

E poi, devo ringraziare Andrea per essersi innamorato di Genny.
Ho un ultimo pensiero su Gaber, vedete, secondo me, Gaber, se fosse ancora vivo e se vedesse in che pantano ci siamo cacciati, beh, secondo me lui, su quella sedia ci si siederebbe per piangere.

Domani No – Una Recensione

domani-noCi sono delle cose che danno da pensare. Ad esempio, perché alcuni libri trovano lo sbocco di grandi editori e grandi distribuzioni ed altri si devono inventare percorsi più tortuosi, infilandosi in pertugi stretti e polverosi solo per riuscire ad arrivare ad una manciata di lettori fortunati. Esatto, lettori fortunati perché gli altri in questo caso dovrebbero fare il conto con il proprio Karma che evidentemente non li sta favorendo. Io comunque, per dare una mano al giovane scrittore che ha scritto questo libro ho deciso di scrivere, a mia volta, una recensione per dirvi perché questo, secondo me, è un libro che va letto.

Il pensiero sulle opportunità dell’editoria mi è sbocciato in testa quando ho iniziato a leggere “Domani no” di Cristiano Carriero…vi lascio il tempo di Googlare il suo nome perché se lo conoscete o siete lui in persona oppure un parente stretto. Carriero fa altro nella vita, ma nella letteratura ci sta a pennello. Per cui, se vi state chiedendo se questa sia una recensione positiva o negativa sappiate che siamo decisamente inclinati verso il positivo e quindi consiglio agli amanti delle critiche feroci spezza reni di smettere di leggere a partire da questo punto.

Non è che non abbia cercato in tutti i modi di demolire “Domani no”, vi assicuro che c’ho provato. Mi ero prefisso come scopo di fargli le pulci, di fargli una bella autopsia, scoprire la causa della morte e poi lasciare il cadavere lì sul tavolo autoptico. E vi confesso che all’inizio un po’ mi sembrava che le cose per me fossero facili. Infatti, le prime due pagine del libro non mi sono piaciute. Ho pensato: ecco un altro che vuole raccontare la storia di un personaggio che si crede fico, anzi ecco la storia di uno scrittore che ha scritto di uno che si crede fico credendolo fico. In quelle due pagine ho creduto di trovarmi davanti ad un libro buono per il peggior self Publishing. Poi però il libro vero è iniziato e mi sono trovato davanti alla storia di Ernesto Celi, per un po’ in arte Boavida, e del suo sogno di sfondare come cantante. Che poi, inizialmente non sembra neppure che si tratti di un sogno, sembra quasi che sia una formalità. Non si respira aria di ossessione, non all’inizio almeno.
Se l’espressione non fosse terribilmente abusata vi direi che si tratta di un romanzo di formazione, ma non sarebbe una definizione del tutto corretta. “Domani no” parla delle cadute e delle risalite di Ernesto, ma c’è dell’altro, parla di come si può sentire un giovane che vive nell’Italia dalla fine degli anni 90 ad oggi. Sullo sfondo, ma ben in rilievo, c’è la politica, la situazione disastrosa in cui versa il paese in cui viviamo, ma soprattutto io ho percepito la rabbia, la disillusione, l’arroganza, la speranza nei proprio sogni, il dover affrontare la vita adulta, lo scontro con l’autorità e molto altro. C’è un distillato dell’adolescenza e altro ancora. Amore, amicizia, sesso (e ora che vi ho parlato del sesso tutti a comprare il libro).

“Domani no” mi ha fatto riprovare emozioni che erano ormai sopite. Mi ha fatto ricordare di quale meraviglioso e folle periodo sia l’adolescenza, un periodo in cui ci si nutre di sogni che poi però in pochi sono in grado di realizzare. Ho ritrovato in questo libro la freschezza della scrittura del Nick Hornby di “Alta Fedeltà” e pur sapendo di espormi parecchio con questa affermazione non me ne pento. C’è, nel modo di scrivere di Carriero una capacità di arrivare dritto al lettore in maniera sincera, direi quasi pura. Una capacità di raccontare una storia ed esporre i fatti in uno sviluppo coerente anche quando parla di amori che non sono, amori che non saranno e amori che non si sa bene perché.
E’ per questo che gli si possono perdonare alcuni dialoghi un po’ forzati messi in bocca ai protagonisti forse per portare avanti una tesi a cui lo scrittore stesso tiene molto. E passano in secondo piano anche alcuni (pochi in verità) spiegoni (quei momenti in cui lo scrittore ferma quasi la storia, si rivolge in camera e spiega alcuni punti del libro quasi a voler risparmiare tempo o a voler esplicitare concetti e informazioni che altrimenti dovrebbe estrapolare da sé il lettore) nel quale Carriero e non Ernesto, ci spiega cos’è la Wayo, chi sono Brusteghi e il Divo e ci fornisce altre informazioni di contorno.

Mi accorgo di non avere detto molto della trama, un po’ perché la potete recuperare su internet e un po’ perché la trama l’avete probabilmente già vissuta voi, vi è bastato essere stati giovani.

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Gelsorosso che io non conoscevo e che mi perdonerà, spero, se mi permetto di augurare a Carriero di riuscire a pubblicare con una casa editrice che gli fornisca maggiore visibilità. Qui non ci si permette di insegnare il lavoro a nessuno, come direbbe il buon Andrea Ceravolo, ma si spera solo che come per Ernesto, la via tortuosa sia pure quella più fruttuosa.
E per ultimo, vi lascio un ulteriore motivo per cui vi potrebbe piacere leggere questo libro.
Se volete riassaporare il gusto degli anni in cui tutto vi sembrava possibile, in cui c’eravate voi contro il mondo, vi sentivate diversi, incompresi, combattenti solitari di una causa che ora difficilmente riuscireste a spiegare, allora, “Domani No” è il libro che fa per voi.

Ventura, Rivera e la memoria perduta

01-gianni-riveraSicuramente Beppe Ventura non voleva essere irriguardoso e nemmeno dimenticare quel pezzo di gloriosa storia del Toro che ha scritto pagine memorabili del nostro calcio. Certamente quella frase sui “quattro innesti di qualità per far vedere cose che qui non sono abituati” gli è uscita per come non voleva. Impossibile dimenticarsi di essere seduto su una delle panchine più cariche di gloria e storia dello sport italiano.Impossibile non essere passato almeno una volta dalla sede, non aver respirato il fascino tremendo del Grande Toro e non aver contato con meraviglia i sette scudetti (otto con quello revocato), le cinque Coppa Italia e la miriade di trofei giovanili che hanno fatto la storian granata. Difficile non aver sentito parlare di Valentino Mazzola e dei suoi compagni, Giorgio Ferrini e Lido Vieri campioni d’Europa in azzurro vestendo la maglia del Torino, Gigi Meroni, Francesco Graziani, Paolo Pulici.

No, di sicuro Beppe Ventura quella frase non l’aveva in mente per come l’ha detta altrimenti si sarebbe morso la lingua pensando di essere seduto sulla panchina che fu di Rocco, Fabbri, Frossi, Radice, Bersellini e Mondonico. Quindi va certamente perdonato e considerata la sua come l’atto d’amore verso un progetto che sogna più grande.

Però nel nostro calcio la rimozione del passato è vizio comune. L’esempio più grande è il Milan che riconosce se stesso solo dall’arrivo di Berlusconi avendo come rimosso tutto quanto (di glorioso e non) c’è stato prima. Possibile che Rivera valga meno di un Balotelli qualsiasi? Possibile e non solo per ragioni di marketing calcistico. E’ un peccato. Un male che mina alla radice lo stesso movimento.

Mi vengono in mente le parole di Andrea Agnelli sul verognoso striscione apparso nell’ultimo derby di Torino e inneggiante a Superga: “Le tragedie non hanno fede”. Parafrasandolo nemmeno la memoria dovrebbe essere merce di scambio. Non, almeno, per i protagonisti. Qualunque Cerci non vale il Grande Torino. Magari un giorno sarà anche meglio, oggi vive anche e soprattutto nella memoria di quella che è stato.

I cento passi (sbagliati) di Buffon

gigi-buffonGigi Buffon ha compiuto un centinaio di passi sotto la curva Nord dell’Olimpico di Roma al termine di Lazio-Juventus. Cento. Bel gesto fatto nel momento sbagliato. Cento passi non sono nulla per un’icona come lui. Un simbolo che anche gli ultrà avversari riconoscono e rispettano. Avrebbe potuto farli prima quei cento passi.Avrebbe potuto farli al primo ululato rivolto da quella stessa curva ai suoi compagni di colore. Oppure al secondo. O al terzo. Sfregi alla convivenza civile vomitati da quella stessa curva alle sue spalle. Oppure avrebbe potuto moltiplicarli, attraversare il campo e andare a chiedere rispetto per Asamoah e Pogba quando i cori si sono ripetuti nel secondo tempo.

Non ha fatto né l’una né l’altra cosa. I cento passi li ha percorsi a fine partita per andare a rendere omaggio alla curva della Lazio. Quei beceri ululati e cori non poteva non averli sentiti perché erano chiari ed evidenti a tutti: in televisione e anche per i giudici di gara che, infatti, ne hanno preso nota con puntigliosa precisione facendo multare la Lazio.

Ha detto Buffon: “ll saluto? Stimo i tifosi biancocelesti, certe cose sembrano strane perché in Italia non succedono mai. Se lo meritano”. E’ il capitano della nazionale, non uno qualsiasi. Pensate che impatto se quei cento passi li avesse compiuti prima, magari facendosi accompagnare da qualche giocatore laziale. O se alla fine, invece di elogiare quella curva, avesse utilizzato il minuto dell’intervista per spiegare di aver trattenuto il voltastomaco per quanto aveva sentito.

Siamo in Italia. Ha ragione Buffon. La patria dove il razzismo si può stiracchiare come una maglia ormai slabbrata. Dove una squadra si ritira in un’inutile amichevole e poi accetta qualsiasi cosa quando conta e, regolamento alla mano, rischierebbe sanzioni. Dove un giocatore viene strappato ai microfoni perché vuole dire che non ne può più e i suoi dirigenti scelgono di “usare la carta razzismo” per lucrare uno sconticino sulla squalifica. Dove nelle serie minori chiudono gli stadi per i buuu e in serie A fanno finta di nulla girandosi dall’altra parte.

Sarebbe stato bello se Buffon si fosse ribellato. O, almeno, avesse evitato la sceneggiata finale sotto la curva degli ululati. Sarebbe stato coerente. Appunto. Poco italiano.